Pubblicata il 12/05/2014

Una delle situazioni limite nei contratti di comodato, che le Compagnie petrolifere applicano ai Gestori, è quella relativa al recesso cosidetto "ad nutum": malgrado la durata prestabilita del contratto, la Compagnia si riserva il diritto unilaterale ed arbitrario, di risolvere in qualsiasi momento il contratto, con semplice comunicazione.

Tale situazione, non richiedendo neppure una motivazione o l'avverarsi di una particolare circostanza quale giustificazione, si pone come potenziale abuso del diritto.

Vediamo come si è atteggiata la giurisprudenza in questo ambito:

Se è vero che il Contratto di cessione prevede la facoltà di sostanziale recesso “ad nutum” è pur vero che le concrete modalità con cui tale recesso – in considerazione del suo potere sostanzialmente illimitato di porre fine ad un Contratto dal quale dipende la vita economica di altri soggetti - deve essere conforme al canone della buona fede contrattuale, che impone a ciascuna della parti del rapporto obbligatorio di agire secondo un generale dovere di correttezza e reciproca lealtà.
Essendo quindi necessario che il recesso ad nutum non si trasformi in un recesso arbitrario (c.d. “recesso ad libitum”), l’esercizio di tale facoltà deve attuarsi in modo conforme alla correttezza e alla buona fede; altrimenti, come nel caso di specie, il comportamento della parte che recede costituirebbe un inadempimento con conseguente obbligo di risarcire il danno che ne sia derivato.
La giurisprudenza, tanto di merito che di legittimità, si è più volte pronunciata in merito.
Il Tribunale di Milano (sentenza del 5 maggio 2016, sez. Giurisprudenza, 15912) ha considerato illegittimo il recesso ad nutum poiché posto in essere violando le più basilari regole di correttezza nei rapporti privati.
In particolare, la Società in questione era receduta senza dare spiegazioni e senza concedere un congruo termine di preavviso alla propria controparte contrattuale.
Nel valutare le modalità con le quali il recesso risultava esercitato, il Tribunale ha quindi qualificato la condotta posta in essere dalla Società come “abuso del diritto” e “abuso di dipendenza economica”.
“Abuso del diritto” perché la Società non solo ha esercitato il recesso ad nutum con modalità irrispettose del dovere di correttezza e buona fede, imponendo sacrifici sproporzionati ed immotivati alla controparte contrattuale.
Occorrerà tenere a mente che la buona fede (essendo espressione del dovere di solidarietà fondato sull’art. 2 della Costituzione) impone a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio di agire nell’ottica di un bilanciamento di interessi vicendevoli, a prescindere dell’esistenza di specifici obblighi contrattuali.
“Abuso di dipendenza economica” (ai sensi dell’art. 9, L. 192/1998) perché la Società ha arbitrariamente interrotto relazioni commerciali in atto.
L’Abuso della dipendenza economica è, inoltre, sostanziato dal vincolo di acquisto in via esclusiva del carburante ed alle condizioni economiche che la Compagnia petrolifera impone: essendo titolare del prezzo, e rimanendo nella (teorica) disponibilità del gestore solo operare aggiustamenti sul prezzo al cliente finale, ma a condizione di rinunciare al proprio margine, la ESSO condizione la competitività del punto vendita del Gestore.
Da ciò ne discende che si può avere dipendenza economica qualora si venga a creare una situazione in cui una impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra, un eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi a carico dell’impresa più debole, indipendentemente dalla natura contratto in essere tra le parti.
Per il codice civile, la buona fede è regola di condotta ed è espressa in una serie di norme – ad esempio, gli artt. 1175, 1337, 1366 e 1375 c.c. – che impongono ai soggetti contraenti un obbligo di reciproca lealtà di condotta in tutte le fasi del rapporto contrattuale, a partire dal procedimento di formazione del contratto sino alla sua esecuzione.
Anche la Corte di Cassazione si è pronunciata, in casi analoghi, stabilendo che, in caso di recesso “ad nutum”, pur se contrattualmente previsto, il controllo giudiziale del contratto deve essere condotto in base al principio della buona fede oggettiva, che “che consente un intervento giudiziale anche modificativo o integrativo del regolamento pattuito, a garanzia del giusto equilibrio degli interessi”. (Cass. civ., sez. III, 18 settembre 2009, n. 20106) ; su questa base, la Corte ha affermato, in motivazione, che il Giudice del merito avrebbe dovuto valutare ed interpretare le clausole del contratto – in particolare quella che prevedeva il recesso “ad nutum” – anche al fine di riconoscere l’eventuale diritto al risarcimento del danno per l’esercizio di tale facoltà in modo non conforme alla correttezza e alla buona fede.
Per la giurisprudenza, le condizioni per aversi "abuso del diritto" sono le seguenti:
1. la titolarità del diritto in capo ad un soggetto;
2. la possibilità che il concreto esercizio del diritto possa essere svolto secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate;
3. la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto secondo modalità censurabili rispetto al criterio di valutazione (giuridico o extragiuridico);
4. la circostanza che, a causa di tale modalità di esercizio del diritto, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrificio cui è soggetta la controparte.