Pubblicata il 12/05/2014

E' arrivato anche per me il momento di beccarmi insulti gratuiti via facebook. Uno dei miei ultimi post, peraltro del tutto generico e "inoffensivo", suscita la risposta immotivata di una persona che risponde con un incomprensibile insulto. Ho poi scritto in privato a tale "piccolo fan", per così scoprire che si trattava di un malinteso, di uno scambio di persona e tante scuse... Il tema però si presta ad una riflessione sulle conseguenze del nostro interagire sui social network. Per quanto oramai maturata una consapevolezza della offensività di frasi postate su tali canali, la dimensione degli insulti che volano in rete sorpassa probabilmente quella che normalmente viene conteggiata presso i semafori più malfamati delle strade cittadine o presso un qualunque altro luogo di "scontro" quotidiano. Tutto gratis e tutto virtuale? No, affatto. 

Come noto, anche la diffamazione on line è stata sanzionata in via civile e penale e le sentenze oramai hanno consolidato un orientamento. 

Diffondere frasi pesanti, ingiurie ed epiteti più o meno coloriti può essere considerato diffamazione aggravata, paragonabile a quella a mezzo stampa.

La Cassazione, con la sentenza n. 8328/2016, ha già da tempo indicato la via della condanna per simili comportamenti. Nel caso preso in analisi dall Suprema Corte, un componente di una associazione aveva apostrofato il proprio capo con termini quali  "parassita", "cialtrone", "mercenario", in dei post che aveva pubblicato on line, e tanto per non lasciare adito a dubbi sull'oggetto delle proprie ire, aveva postato anche una foto della persona offesa.

Nel caso di specie, all'esito dei giudizi penali anche la Cassazione aveva confermato la condanna per diffamazione.

Argomenta la sentenza stabilendo che il reato di diffamazione "può essere commesso a mezzo di internet, sussistendo, in tal caso, l'ipotesi aggravata di cui al terzo comma della norma incriminatrice, dovendosi presumere la ricorrenza del requisito della comunicazione con più persone, essendo per sua natura destinato ad essere normalmente visitato in tempi assai ravvicinati da un numero indeterminato di soggetti"; "anche la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l'uso di una bacheca 'facebook' integra un'ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell'art. 595, comma terzo, c.p., poiché ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone, sia perché, per comune esperienza, bacheche di tal natura racchiudono un numero apprezzabile di persone (senza le quali la bacheca Facebook non avrebbe senso), sia perché l'utilizzo di Facebook integra una delle modalità attraverso le quali gruppi di soggetti socializzano le rispettive esperienze di vita, valorizzando in primo luogo il rapporto interpersonale, che, proprio per il mezzo utilizzato, assume il profilo del rapporto interpersonale allargato ad un gruppo indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione".

E quindi, ricordiamocelo al momento di cliccare un invio su di un salace commento: poiche anche su di queste pagine si realizza la condotta descritta dall'art. 595 c.p.p.